La natura secondo Agnoletto

La ricerca pittorica di Francesco Agnoletto si inscrive nel contesto dell'astrazione di matrice figurativa, tuttavia ancora prima della scelta del segno incisivo e astratto ciò che prevale nelle sue opere è un grande tuffo nel colore, che si espande sulla tela per imprimervi le idee dell'artista.

Si tratta di un colore denso e vibrante, reso ancora più vivo dalle pennellate sferzanti e dai netti colpi di spatola, dalle sgocciolature e dai segni fitti, che portano a galla la metodologia pittorica, basata su una gestualità diretta e sferzante, in un confronto serrato con il supporto.

La scelta cromatica si basa fondamentalmente sui tre colori primari, il giallo, il blu e il rosso, declinati a seconda dei loro abbinamenti e delle sfumature.

L'utilizzo del colore sembra essere un'urgenza per il pittore, come si trattasse di soddisfare un intimo bisogno.

Allorché si osservano con attenzione i soggetti naturalistici, non si può che rimanere affascinati dalle atmosfere che queste nature rigogliose emanano.

 
 
 

Mario Schifano

In quel periodo fa molto parlare di sé un giovane artista italiano: si tratta di Mario Schifano che dopo aver fondato negli anni sessanta la Scuola di Piazza del Popolo - insieme ai pittori Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni - rappresenta un punto di riferimento fondamentale per l'arte contemporanea italiana ed europea.

A tal proposito restano memorabili le sue esibizioni, tra centinaia di allievi ed appassionati, che sfociano nella creazione di dipinti di enormi dimensioni, realizzati con smalti acrilici. Moltissimi dei suoi lavori, i cosiddetti “monocromi” presentano uno, al massimo due colori, applicati su carta da imballaggio incollata su tela.

L’influenza di Jasper Johns si manifesta nell’impiego di numeri o lettere isolate dell’alfabeto, benché nel modo di dipingere di Schifano possano essere rintracciate analogie con il lavoro di Robert Rauschenberg. In un quadro del 1960, ad esempio, si legge la parola "No" dipinta con sgocciolature di colore in grandi lettere maiuscole, come in un graffito murale.

Ancora oggi le opere realizzate negli anni sessanta restano di incredibile attualità: tra le più importanti, ci sono le serie dedicate ai marchi pubblicitari come Coca-Cola ed Esso, le biciclette, i fiori (omaggi ad Andy Warhol) e alla natura in genere, tra i più famosi dei quali si ricordano i "Paesaggi anemici", le "Vedute interrotte", "L'albero della vita", "Estinti" e "Campi di grano". Appassionato studioso di nuove tecniche pittoriche, l'artista è tra i primi ad usare il computer per la creazione, elaborando immagini dal computer e riportandole su tele emulsionate, le cosiddette "tele computerizzate".

I “Paesaggi anemici" non sono altro che sguardi d'insieme appiattiti e scomposti, che da un lato sono anemici, privi di una dimensione naturalistica, dall'altro sono incompiuti, sospesi, perché vi sia spazio per sovrapporre ad essi, come su uno schermo, l'umana esperienza. Aspetti costanti dell'arte di Schifano sono l'intensità e la sorprendente tensione verso il negativo, espressi nei cicli degli anni Ottanta, caratterizzati da una scrittura pittorica diversa, espressionista, densa, colante, ricca.

Ma oltre questo viaggio se ne apre un altro, quello che Schifano ha realizzato verso le "stelle", spesso al centro dei suoi dipinti, e ancora nella direzione dei paesi più lontani: un mitico Oriente fatto di buddismo e di meditazione che tanto ha giocato per la Beat Generation statunitense.

Il cammino di ricerca di questo pittore, davvero insolito per il panorama nazionale, ha attraversato molteplici forme espressive della contemporaneità: dalle esperienze fotografiche e cinematografiche alle immagini prese in prestito alla televisione, passando per il linguaggio di massa di rotocalchi e pubblicità.

“Lo sforzo dell'artista resta costantemente quello di fare della pittura il medium di un mondo postmoderno la cui unica realtà è quella televisiva. Istanti, incontri, situazioni, silhouettes si rincorrono nello spazio pittorico, dove rapide pennellate, ricche di sapienza, definiscono e cancellano le immagini, provocando ulteriori suggestioni in un altalenante gioco di rimandi e ricordi.

Tra i numerosi elementi che compongono la creazione pittorica di Schifano non esistono gerarchie: ciascuno di essi costituisce un punto di partenza per l'immaginazione dell'autore che lo rielabora senza pietà”.

Francesco Prisco, Il sole 24 ore, 9 maggio 2008

 
 
 

Nelle nature di Agnoletto i fenomeni e le forze si manifestano nel contesto naturale diventando predominanti. Il pittore dà voce ai meccanismi che regolano l'ambiente, le forze che vi si confrontano, per trovare l'equilibrio degli elementi. A questo proposito, il richiamo filosofico parte da molto lontano, anche se sono i filosofi romantici che danno vita ad una concezione della natura neoplatonica e spiritualista. Già Rousseau auspicava un “ritorno alla natura” benefica e spontanea, con l'abbandono delle artificiose strutture sociali e culturali, cause dei mali e delle ingiustizie che colpiscono l'uomo, che ha lasciato la sua iniziale benefica condizione naturale. Sarà poi Schelling a sviluppare “la filosofia della natura”, indagandone il significato profondo e rifacendosi alle visioni panteiste di Giordano Bruno e Spinoza. Secondo Schelling “La Natura deve essere lo Spirito visibile, lo Spirito è Natura invisibile” (da “Introduzione” a Idee per una filosofia della Natura).

Partendo da un concetto antico, nelle opere di Agnoletto non si ritrova alcuna traccia o presenza umana; la natura si pone libera davanti agli occhi del pittore, che si appropria del suo spirito mutevole e cerca di visualizzarlo a seconda dei diversi punti di vista. Ogni dettaglio, seppur nell'astrazione, diventa presenza vitale; perfino l'aria diventa tangibile, creando una specie di aura intorno ai soggetti rappresentati, siano essi alberi, campi di papaveri, fiori, canneti, prati. L'atmosfera si insinua nei soggetti, ammantandoli come in un abbraccio, per renderli ancora più fulgidi, per garantire una maggiore definizione cromatica alle cose e sospenderle in una dimensione del ricordo, che giammai si confonde con melancolia o con un sentimento nostalgico, grazie alla gioiosità del colore.

Le macchie di colore, le fitte linee che popolano i paesaggi e le forme naturali, si coagulano e vibrano tra di loro, dando vita ad opere dove l'irreale e il reale si confondono e si amalgamano, in un insieme caratterizzato da un forte equilibrio formale ed interiore, in una intensa ricerca verso la dimensione naturale, per riappropriarsi nuovamente del regno vegetale, mediante un contatto diretto e viscerale tra l'uomo e la natura. Se l’uomo contemporaneo ha perso il contatto con il regno naturale, Agnoletto lo ritrova in pittura.

Perciò è la dimensione della memoria quella che più emerge dal dipinto: è la memoria che si riappropria della natura e la rende immortale grazie al potere delle forme cromatiche, per cui l'inesorabilità del divenire cede il passo all'eternità della natura, che appare sempre fulgida e sgargiante, grazie al potere della pittura, che la vivifica ab aeterno.

Le opere di Agnoletto sembrano invitare il riguardante ad afferrare la forza vitale del paesaggio reso immutabile dal segno dell'uomo sulla tela, diventata imperitura, nella quale anche i dettagli più minuti sono scrutati con la lente d'ingrandimento, reminescenza delle nature fiamminghe rinascimentali, e pervasi da questo alito di vita eterna.

L'artista cerca nelle pieghe del mondo naturale le tracce del suo stesso operare, liberandosi dagli orpelli stilistici e soprattutto dagli artifici e dagli abbagli della società contemporanea, che sovente possono fuorviare l’umanità.

In questi dipinti la matrice astratta, unita alla vitalità del colore, rievoca alla memoria le sensazioni primarie tipiche dell'esperienza sensibile, mediante l'immersione e il contatto elementare dell'individuo con la terra, che caratterizza la storia dell'umanità fin dalla sua alba, attraversando ogni epoca e contesto geografico, nello scorrere inesorabile della storia.

Le tele di Agnoletto descrivono immagini elementari, eppure sempre attuali, del passaggio nel tempo; queste creazioni acquisiscono significati comuni all'uomo di ogni epoca e contesto sociale, in quanto preziose tracce di ciò che è venuto prima e di ciò che da sempre ne ha scandito la storia, benché il loro stesso fruitore le abbia a tratti abbandonate o dimenticate, specie nell’era presente, dove la tecnologia vorrebbe riappropriarsi interamente dell'ambiente e dove la stessa percezione risulta spesso deviata o artificiale.

Agnoletto sembra perciò vedere nel passaggio il cardine principale della sua ricerca pittorica, volta ad una sorta di decontaminazione dalla tecnologia e dai complessi artifici contemporanei, figli della globalizzazione.

Ciò che più gli interessa non sono i grandi eventi del presente ma le piccole storie quotidiane, mettendo a fuoco un microcosmo essenziale, che a volte risulta essere più denso e importante di tante rivoluzioni umane. Queste creazioni, per la loro diversità e per la loro indagine, catalizzano lo sguardo dello spettatore, che in esse vi può leggere come in uno specchio la propria origine biologica, in una ricostruzione intesa come rievocazione emotiva e come invito alla riflessione attiva, che possa gettare le basi per un incontro “primitivo e primigenio” con il mondo naturale, dato che anch'esso a sua volta è destinato a diventare memoria.

 
 
 

Mario Schifano, Il bambino pittore, 1985, smalto e acrilico su tela; cm 160 220
Casa di cultura Parise, comune di Ponte

 
 
 

Mario Schifano Vulcano, smalto su cartoncino, 1963, 18 x 24 cm

 
 
 

 

Mario Schifano Paesaggio anemico, cornice invasa, 1980, olio su teka, 115x85 cm